I custodi del tempo


La settimana scorsa abbiamo avuto giornate molto belle, con cielo limpido, ideali per passeggiate o escursioni in montagna. Cosa che ho fatto anch’io giovedì scorso, portando mia mamma Graziella, un’arzilla vecchietta di 90 anni di età, a fare un giro nel bosco per funghi.
La meta della nostra gita è stata la località di Telvagola, che si trova in val Malene nel Tesino; il luogo è selvaggio e di rara bellezza, ai piedi della superba Cima d’Asta . In quel luogo si trovano i masi antichi della famiglia di mia madre, in particolare quello che apparteneva al suo papà Antenore, dove lei da piccola portava le mucche al pascolo. Quando aveva 11 anni, oltre alle mucche si portava al maso anche i fratelli più piccoli, per sgravare la sua mamma, impegnata a coltivare i campi più vicini al paese di Castello Tesino.
Altri tempi; all’epoca c’era l’abitudine alla fatica e al sacrificio, però la vita era più semplice e vera, senza tutti quegli artifici tecnologici che stanno rovinando intere generazioni…
Dunque, la giornata era molto bella e soleggiata e mia mamma mi disse “sediamoci davanti al maso prima di entrare nel bosco “! L’idea era buona, un occasione unica per “rubare” a mia madre alcuni ricordi del suo passato. Dobbiamo renderci conto che i nostri “vecchi” sono autentici “Custodi del tempo”; spesso nei loro racconti si scoprono molti elementi utili per costruire la nostra identità…
Tra le tante cose che ho sentito, mi ha colpito un piccolo episodio, affiorato dalla “scatola magica” dei suoi ricordi.
Era il 1939, in pieno fascismo prima della guerra, l’anno in cui lei frequentava la terza elementare. Nella scuola di Castello Tesino la maestra, quel giorno, fece una lezione di storia, parlando delle differenze tra Regno d’Italia e Impero Asburgico. La maestra parlava dell’Italia come un paese idilliaco, foriero di benessere e ricchezze di ogni genere, descriveva invece l’Impero Austroungarico come un regime autoritario e oppressivo, affermando in particolare che “le tasse che si pagavano in Austria erano il doppio rispetto a quelle che si pagavano in Italia”. Mia madre, alunna sveglia e curiosa, tornando a casa riportò tutto a mia nonna, che conosceva bene le differenze tra i due Paesi, avendo abitato da giovane prima del 1918 (lei era del 1905) nella valle della Senaiga, a pochi metri dal confine. Mia nonna, inorridita dal racconto, subito affermò: “non credere a quelle bugie: noi alla Senaiga avevamo alcuni campi in Austria e altri in Italia; credimi, le tasse che pagavamo in Italia erano il doppio rispetto a quello che pagavamo in Austria”. Il giorno dopo mia madre durante la lezione riportò per filo e per segno tutto il discorso fattole il giorno prima da mia nonna. La maestra trasalì, prendendo i colori della carta geografica appesa alla parete…
Poi chiamò mia madre alla lavagna, si abbassò e le sussurrò in un orecchio: “quello che hai detto lo sapevo anch’io, ma queste cose non si possono dire; mi raccomando, zitta e non raccontare niente a nessuno!”. L’ episodio ebbe delle conseguenze, in quanto per questo e per altri motivi mio nonno Antenore, antifascista convinto, ma anche orgoglioso sostenitore della sua patria Tirolese, fu braccato più volte dalla polizia fascista per subire il trattamento con l’olio di ricino. Lui riuscì sempre a fuggire poco prima dell’arrivo degli squadristi; era piccolo di statura e poteva stare rannicchiato in un nascondiglio nella stalla, nascosto da un letto di foglie…
Quello che mia madre ha raccontato non fu un episodio isolato; la propaganda nazionalista italiana era ormai diffusa nelle scuole di tutto il territorio “redento”. Appena dopo la fine della grande guerra, dopo l’annessione del Tirolo del sud all’Italia, vennero allontani i maestri locali per sostituirli con insegnanti provenienti da altre regioni italiane. Questi dovevano “catechizzare” i giovani alunni con il verbo infallibile dell’ italico progresso, che in modo provvidenziale li aveva liberati “dall’oppressore asburgico”. Tutti all’epoca sapevano che ciò non era nient’altro che vuota propaganda, ma pochi avevano il coraggio di opporsi, perché avevano paura delle persecuzioni del regime. Dopo anni di bugie e di propaganda, di persecuzioni e arresti, di “bagni di italianità” auspicati più volte anche dal celebrato “eroe” Cesare Battisti, purtroppo questa capillare e prepotente azione di cancellazione della memoria ebbe come conseguenza la perdita del nostro senso di appartenenza tirolese. Questo fu sostituito da una vaga e artificiosa identità ibrida “trentina”, costruita appositamente per obbligarci ad essere un popolo con “italico cuore e italica mente”, così come recita l’inno al Trentino della Bittanti, che non trova nessuna collocazione storica reale, se non per un’esigua minoranza, costituita perlopiù da esaltati irredentisti.
Ma al giorno d’oggi esiste ancora questo senso identitario legato alle nostre autentiche radici Tirolesi oppure è andato del tutto perduto? Lascio aperto questo interrogativo, però molti elementi mi fanno capire che questa identità esiste ancora, ma bisogna saperla riscoprire, per costruire veramente un futuro in continuità con il nostro passato reale, non quello che per lunghi anni la propaganda nazionalista ci ha spacciato per vero…

(credit Sergio Ober)


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *