
Confesso che fino a ieri non sapevo nulla di quest’uomo, dagli occhi un po’ tristi e dalla faccia buona. Ottone Brentari è stato un giornalista, un politico e uno storico di una certa fama, a cavallo tra fine 1800 e inizio 1900. Di origine trentina, visse gli anni del primo conflitto mondiale dalla parte dell’irredentismo risorgimentale, con un ruolo di prima grandezza. Insomma, uno che ci credeva, e che ha combattuto aspramente per il suo sogno.
Che poi fosse un sogno sbagliato, lui stesso, uono attento e sensibile, ebbe la sventura di capirlo, prima di morire, nel 1921. A soli due anni dalla conclusione del conflitto, e un anno prima della sua scomparsa, infatti, il nostro Ottone scriveva parole molto amare, sul ricongiungimento della terra trentina all’italia sabauda. Deve essere piuttosto duro, per un idealista, dover ammettere a se stesso di aver sbagliato [quasi] tutto, nella vita.
Cosa scriveva quindi, Ottone Brentari? Ve lo riporto in sintesi, ma potete connettervi al link che allego a fine pagina, per leggere completamente le sue riflessioni disincantate e deluse.
Ricorda, Ottone, come venivano trattati gli affari pubblici nel Trentino amministrato dall’Impero Austroungarico. Ci si recava a Vienna, senza bisogno di deputati presentatori, senza raccomandazioni, senza prenotazioni, senza anticamere di mezze giornate. Con la semplice consegna di un modesto biglietto di visita si poteva arrivare sino al ministro. La prassi era quella di picchiare all’uscio, entrare, presentarsi. L’interlocutore ascoltava, capiva la questione, toccava un bottone sulla tastiera dei campanelli elettrici, faceva venire il capodivisione da cui l’affare dipendeva, e vi consegnava a lui; a questo esponevate il vostro affare, consegnavate le vostre carte, e ve ne andavate; e dopo due o tre giorni ricevevate la risposta.
E descrive invece con grande amarezza cosa era successo in soli due anni, con l’arrivo dell’Amministrazione italiana. La prassi italiana lo faceva impazzire, costretto a girovagare di via in via, di palazzo in palazzo, di ufficio in ufficio, facendo la “figura di Bertoldo, senza trovare mai l’albero a cui appiccarsi”. E quando gli sembrava finalmente di avere trovato l’ufficio giusto, scopriva che i documenti inviati erano stati nel frattempo smarriti, costringendolo a rinnovare l’intera documentazione.
Ora, verrebbe da dire che il buon Ottone, avendo voluto la bicicletta, se lo meritava proprio di pedalare. Peccato che la bicicletta l’abbia lasciata poi in eredità anche ai figli, ai nipoti e ai pronipoti. D’altro canto, si sa che le maledizioni si ripercuotono fino alla settima generazione.
Una cosa mi impressiona particolarmente in questa vicenda. Correva l’anno 1920. Esattamente cento anni fa. I proto-italiani di allora descrivevano l’amministrazione pubblica esattamente con le stesse parole che usiamo noi oggi. Noi, italiani moderni e superficiali, che viviamo in un presente senza memoria e senza coscienza; noi che addebitiamo lo sfascio a figure politiche minuscole come Renzi, Salvini o Di Maio.
Noi, che ingnoriamo totalmente come siano passati, prima di noi, i Savoia, la dittatura fascista, la democrazia repubblicana [prima, seconda, terza repubblica? ho perso il conto e non mi interessa neppure più aggiornarlo], senza che nulla sia veramente cambiato da allora.
Cento anni inutili. Questa è la verità.
Credo che Ottone Brentari si stia rivoltando nella tomba, dal nervoso e dal dispetto. Forse, anche tormentato dal rimorso e dal rimpianto.
Cento lunghi anni in cui non è mutato nulla.
O, forse, è addirittura peggiorato tutto.
(credit UT24 & ilCinque)


